FloraPrimo Piano

Specie botaniche esotiche invasive nel Parco Nazionale della Maiella

Il Senecione Sudafricano, o Senecio Africano (Senecio inaequidens), è una specie esotica altamente invasiva proveniente dal Sud Africa, che sin dagli anni ’50 ha iniziato la sua diffusione in diversi Stati Europei, tra cui l’Italia.

È una specie vegetale con un’ampia tolleranza ambientale, rustica e caratterizzata da una crescita rapida, che approfitta delle situazioni di disturbo. Colonizza ambiti ruderali (margini di strade, ferrovie, muri, manufatti), campi, vigne, incolti sassosi, ma anche ambienti semi-naturali come formazioni prative più o meno arbustate, rupi, sponde fluviali e talvolta formazioni boschive.

Una pianta di Senecio inaequidens (neklla foto) può vivere da 5 a 10 anni, con una attiva riproduzione per seme (ogni pianta può produrre un elevato numero di semi, da 10.000 fino a 30.000) o per via vegetativa (i fusti che toccano terra sono in grado di emettere radici). L’impollinazione è entomofila, non richiede l’intervento di insetti specie-specifici, ma è affidata a insetti generalisti (ditteri, lepidotteri, imenotteri).

Segnalata in Abruzzo nei primi anni ’70 dal Prof. Anzalone, botanico dell’Ateneo Aquilano, si sta diffondendo in modo piuttosto rapido anche a quote montane (più di 1400 m s.l.m.), occupando principalmente lo spazio ecologico dei pascoli ricchi di orchidee.

La pianta inoltre contiene degli alcaloidi tossici che, se ingeriti in quantità variabili, a seconda dei casi, potrebbero essere dannosi sia per gli animali e nel caso di una sua ulteriore diffusione anche per l’uomo.

All’interno dell’area del Parco la presenza di questa esotica invasiva è stata rinvenuta, oltre che in situazioni ecologiche ruderali sulle principali strade fino a circa 400-500 m slm, in 3 siti di pascolo dai 1000 m ai 1500 m di quota: Colle delle Vacche a Pratola Peligna sul Morrone, dove purtroppo i recenti incendi hanno supportato la sua diffusione, tra Caramanico e Roccamorice e a Lama dei Peligni, a margine del sentiero per il Rifugio Tarì, nei pressi di aree post-incendio. Questi 3 popolamenti non sono ancora estesi e l’attività di eradicazione, condotta con il supporto dei volontari del Servizio Civile Universale, può sicuramente limitare la sua diffusione a quote maggiori.[Fonte:P.N. Maiella]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *