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Lipu, referendum per l’abrogazione totale della legge 157/1992

La Lipu sui Referendum per l’abrogazione totale e di una parte della legge 157/1992 sull’attività venatoria

Come è noto, è stata avviata una raccolta firme per l’indizione di due referendum con oggetto l’abrogazione totale e l’abolizione parziale della legge 157/1992 e, in sostanza, l’abolizione dell’attività venatoria.

Tale iniziativa, alla quale la Lipu non aderisce, è stata assunta da un’associazione chiamata ORA – Rispetto per tutti gli animali (per l’abolizione totale) e da un comitato composto da 12 associazioni.

Nessuna delle principali organizzazioni ambientaliste e animaliste è stata coinvolta nella valutazione dell’iniziativa, se non quando la decisione era ormai assunta e i quesiti depositati. La richiesta avanzata ex post alle associazioni è stata semplicemente di aderire e contribuire alla campagna di raccolta delle firme.

Anche la Lipu, che non conosceva queste organizzazioni e dunque non ha mai avuto modo di relazionarsi con esse, ha ricevuto tale richiesta, alla quale, al pari di tutte le organizzazioni interpellate ex post, ha fatto presente almeno una parte delle molteplici criticità che un’azione del genere presenta.

Negli ultimi 25 anni nessun referendum ha raggiunto il quorum necessario a validarlo. L’unica eccezione è rappresentata dal referendum sul nucleare del 12-13 giugno 2011, che ottenne il quorum per poco più di 4 punti percentuali (54,79%) unicamente grazie alla drammatica combinazione con lo scalpore per la tragedia di Fukushima, occorsa solo poche settimane prima (11 marzo), in piena campagna referendaria.

Gli altri referendum sono falliti tutti, non raggiungendo il quorum nonostante le tematiche di interesse generale (dalla magistratura ai sistemi elettorali, dal mercato del lavoro alla procreazione assistita) e l’impegno diretto di forze politiche e sociali con vaste organizzazioni territoriali e disposizione di risorse. Un fallimento testimoniato dalle percentuali di votanti, lontanissime da quelle necessarie, come si evince dagli esempi riportati qui di seguito.

Abolizione della progressione delle carriere dei magistrati (1997) 30,2%
Abolizione del Ministero dell’Agricoltura (1997) 30,1%
Divieto di accesso per i cacciatori nei fondi privati (1997) 30,2%
Abolizione dell’Ordine dei giornalisti (1997) 30,0%
Rimborsi elettorali (2000) 32.2%
Sistema elettorale proporzionale (2000) 32,4%
Consiglio superiore della Magistratura (2000) 31,9%
Trattenute sindacali (2000) 32,2%
Reintegro dei lavoratori ex Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (2003) 25,5%
Servitù coattiva per gli elettrodotti (2003) 25,4%
Procreazione assistita (2003) 25,5%
Sistema elettorali (2009) 23,31%
Proroga per le trivellazioni marine per idrocarburi (2016) 31,18%

Portare alle urne 24 milioni di cittadini (il numero all’incirca necessario al raggiungimento del quorum del 50% più uno dei votanti) è un’impresa che riesce, e a fatica, ormai solo nelle elezioni politiche. Tale impresa è pressoché impossibile in un referendum (quantomeno fino a che vigerà il principio del quorum) persino se – come dimostrano le materie dei referendum falliti – a sostenere il referendum siano soggetti di grandi dimensioni come i partiti politici, le organizzazioni sindacali, le grandi organizzazioni di categoria. Vasti spiegamenti di forze e disponibilità di risorse, per operazioni che, tra progettazione, raccolta delle firme, verifiche di legittimità, attività di propaganda elettorale e voto, richiedono lunghi tempi di preparazione, nei quali i soggetti impegnati si dedicheranno quasi esclusivamente a quell’impegno.

Il tutto, con il rischio/certezza che il quorum non venga raggiunto e con gli effetti che ne conseguono, tutt’altro che indolori, tra cui, nel caso in oggetto, l’impropria percezione che le cittadine e i cittadini del nostro Paese siano disinteressati al tema venatorio e alla tutela degli animali selvatici.

Non solo. Se anche, per assurdo, un referendum dovesse raggiungere il risultato atteso, resta in capo al Parlamento la possibilità di rimescolare le carte e tornare in breve tempo a legiferare sulla stessa materia oggetto dei quesiti referendari, facendo rientrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta. Si pensi, ad esempio, a quanto accaduto con il referendum sull’acqua pubblica (accorpato al referendum sul nucleare del 2011) rispetto al quale le decisioni politiche successive al voto hanno nella sostanza e nella forma smentito l’esito del medesimo e la volontà in esso espressa.

Peraltro, nel caso in oggetto, tale rischio risulterebbe particolarmente alto perché – per fare un altro esempio – qualora si dovesse abrogare l’articolo 19bis della legge 157/1992 che recepisce l’articolo 9 della Direttiva Uccelli in materia di deroghe al divieto di caccia (danni all’agricoltura o sicurezza pubblica), l’Italia verrebbe a trovarsi scoperta in tema di normativa comunitaria (nelle parti su cui sono già occorse una procedura di infrazione comunitaria e una condanna da parte della Corte di Giustizia) e dovrebbe quindi tornare a legiferare, con tutti i rischi comportati dal riaprire una questione positivamente chiusa negli anni scorsi.

Ciò, per non parlare dell’eventuale abrogazione dell’articolo 30, che punisce penalmente non solo i cacciatori che compiono i reati ma anche gli uccellatori che usualmente sono sprovvisti di porto di fucile e verrebbero dunque a trovarsi in una paradossale situazione di impunità.

I promotori dei referendum, come detto, hanno lanciato l’iniziativa senza confrontarsi preventivamente con i molti soggetti che si occupano costantemente di questi temi. Non hanno creato un momento di valutazione comune, non hanno discusso se fosse davvero sensato lanciare un’iniziativa del genere. La hanno decisa (peraltro in piena emergenza pandemica) e solo in seguito hanno informato le associazioni, chiedendone l’adesione. Fossimo stati interpellati per tempo, avremmo avuto modo di argomentare le tante, forti perplessità implicate dalla questione e invitato a diverse valutazioni.

La caccia non ci piace. Tra le ragioni della nascita della Lipu c’è proprio la battaglia per contrastare questa pratica, criticabile per ragioni ecologiche, ambientali, etiche, culturali, sociali. Noi pensiamo che appartenga ad un mondo passato e la contrastiamo in modo costante, progressivo e forte.

Abbiamo cominciato questa battaglia nel 1965. Abbiamo ottenuto il primo grande successo nel 1967, con l’abolizione delle caccie primaverili e il contenimento dell’uccellagione. Abbiamo continuato negli anni Settanta, con la definizione della fauna quale patrimonio dello Stato. Abbiamo proseguito con i referendum degli anni Settanta, Ottanta e primi Novanta fino alla legge 157. Siamo andati avanti, a livello nazionale ed europeo, contribuendo a ridurre a meno di quattro mesi la stagione venatoria che un tempo durava da agosto a marzo, con “finestre” di deroghe ad aprile e maggio. Abbiamo contribuito a dimezzare le specie cacciabili e ridurre di due terzi il numero dei cacciatori. Abbiamo fatto tutto questo e ancora abbiamo una lunga strada davanti, la quale porterà, ne siamo certi, alla vittoria della natura e del rispetto per le sue bellezze, esigenze, varietà.

La nostra azione, condivisa con moltissime persone e tante associazioni con cui lavoriamo assieme, ogni giorno, fianco a fianco, è un’azione complessa, impegnativa, che necessita di lavoro scientifico, dati, informazioni, azioni politiche, campagne mediatiche, coinvolgimento della gente ma che mai deve fare a meno della razionalità, della visione, della ragionevolezza, senza le quali anche i più grandi obiettivi e le migliori intenzioni rischiano di fallire, trasformandosi nel proprio contrario e infine ritorcendosi contro.

E’ un rischio che dobbiamo evitare, per il bene della natura.[Fonte:LIPU]

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