Pozzo nel Curone, grande pubblico all’incontro con D’Orsogna

28 giugno 2009 Ambiente

curone_02Maria Rita D’Orsogna, professoressa alla California State University di Los Angeles, è ascoltata da più di trecento persone, altri sono rimasti fuori perchè i posti del cinema parrocchiale di Rovagnate sono tutti pieni. Lo scenario dell’ultima riunione del neo nato “Comitato No al pozzo di petrolio nel parco del Curone” era questo. Centinaia di spettatori attenti e preoccupati per le conseguenze delle trivellazioni nel parco naturale di Montevecchia.”I problemi da analizzare sono cinque” -spiega D’Orsogna- “Il primo sono i fluidi perforanti…”. I fluidi perforanti detti anche fanghi sono delle miscele di elementi in uno stato semi liquido che aiutano le trivelle a perforare il terreno. Questi “lubrificanti” hanno una composizione chimica segreta e ogni industria petrolifera utilizza fluidi perforanti differenti. In alcuni fanghi analizzati, però, sono presenti sostanze dannose per il sottosuolo e per l’uomo (cadmio, cromo, mercurio e piombo) difficilmente smaltibili. Una possibile conseguenza, già sperimentata dalla Basilicata, è la costituzione di discariche illegali di materiali tossici nelle vicinanze dell’estrazione che hanno causato, nella stessa regione, l’inquinamento delle falde acquifere e dei corsi d’acqua.Le persone che ascoltano sono sconcertate. Pochi erano a conoscenza dell’esistenza di questi fluidi tossici impiegati nell’estrazione dell’oro nero. “Gli incidenti sono le cause seconde dell’insediamento di una industria petrolifera nel vostro territorio…”.La professoressa illustra l’esempio di Trecate (in provincia di Novara) dove il primo Marzo del 1994, come racconta un articolo dell’epoca del Corriere della Sera, è scoppiato un vero e proprio disastro ecologico. “Un geyser che erutta una colonna di greggio e gas alta 100 metri, dispersa in un raggio di due chilometri con un frastuono paragonabile al decollo di un aereo: pioggia nera e panico, da ieri pomeriggio, quando attorno alle 16 è saltato il pozzo di trivellazione Agip Trecate 24 di “Villa Fortuna”, in località Cascina Cardana. La tensione è rimasta alta fino a notte fonda e dietro le finestre ricoperte da una morchia nerastra sono stati in molti a tenere i bagagli pronti per una rapida fuga.” Corriere della Sera, 1/3/1994. Le risaie rimasero inutilizzabili e tutti i raccolti andarono distrutti. Un ragazzo, residente in zona, ci porta la sua testimonianza quando, nel 1994, aveva acquistato a poco prezzo una casa a Trecate. “Pioveva letteralmente petrolio, siamo dovuti restare chiusi in casa per due giorni. Il risarcimento è stato ridicolo e la casa nuova che avevo comprato, dopo le pioggie, sembrava vecchia di molti anni”. Gli agriturismi hanno dovuto chiudere e il danno d’immagine per il turismo è stato enorme. Un altro dei problemi sollevati durante la serata è stato quello dell’agricoltura. “La coltivazione dell’uva non sarà più possibile.” -prosegue D’Orsogna- “Pensate che hanno trovato il petrolio anche nel miele che le api producevano in zona.”
L’emissione dei gas non danneggia solo l’agricoltura ma anche l’uomo. “E’ incrementata, negli anni successivi e vicino ai pozzi, l’asma nelle persone, i danni neurologici e quelli polmonari, gli aborti spontanei nelle donne e i disturbi circolatori. In Basilicata c’è il record delle malattie tumorali.” I limiti dell’idrogeno solforato, ad esempio, per l’Organizzazione Mondiale della Sanità devono essere di 0,005 ppm per non danneggiare l’uomo; “Il limite consentito in Italia è di 20 ppm…”. Ma cosa succederà dopo le trivelle esplorative? “Probabilmente costruiranno dei desolforatori perchè i più vicini sono a 50 chilometri…”. Aumenteranno i camion (e quindi gli incidenti) e si costruiranno oleodotti. Tutto questo per pochissime royalties. “In Libia il 90% del ricavato va al governo, in Italia solo il 7%, ma se sei sotto una certa soglia non devi pagare assolutamente niente…”. Il comitato si è subito mosso per raccogliere le firme di una petizione popolare che si può trovare presso le sedi del Parco del Curone e le sedi del CAI della zona. Il foglio per raccogliere le firme è scaricabile gratuitamente dal sito delle Guardie Ecologiche Volontarie www.gevcurone.it e può essere riconsegnato nelle sedi menzionate sopra. E’ attiva anche una petizione online sul sito www.firmiamo.it/noallapovalleynelcurone che ha già raccolto 2.358 firme. Davide Casati dal sito Leccoprovincia.it

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