Studio internazionale boccia la gestione dei parchi del sud Italia

19 maggio 2018 AmbienteParchi

una trivella petrolifera nel parco Appennino Lucano

Costruzione di strade, pascoli e urbanizzazione sono un problema per il 32 per cento delle aree protette del mondo: la stima viene da uno studio pubblicato su “Science”. Secondo la Wildlife Conservation Society (WCS) occorre intensificare gli sforzi e gli investimenti per preservare la biodiversità, ancora in fase di declino catastrofico (RED) biodiversità.
Un terzo delle aree protette del mondo, corrispondenti a circa 6 milioni di chilometri quadrati, cioè 20 volte la superficie dell’Italia, è attualmente sottoposto a una forte pressione da parte delle attività umane: costruzione di strade, pascoli e urbanizzazione.

Questa allarmante valutazione è frutto di uno studio pubblicato sulla rivista “Science” da una collaborazione tra Università del Queensland, Wildlife Conservation Society (WCS) e University of Northern British Columbia. E stride in modo evidente con gli impegni presi dalle nazioni del mondo sulla creazione di aree protette nella Convenzione sulla diversità biologica (CBD) del 1992.

In Italia si trovano soprattutto nel Centrosud le aree protette degradate dalle attività umane, secondo lo studio dell’Università australiana del Queensland pubblicato sulla rivista Science. La ricerca prende in considerazione la presenza nelle aree protette di miniere, deforestazione, agricoltura, strade, centri abitati, linee elettriche, luci notturne.

La mappa dell’Università australiana segna in rosso come aree ad intensa pressione umana i parchi regionali dell’Etna, dei Nebrodi e delle Madonie in Sicilia; i parchi nazionali dell’Aspromonte, della Sila e del Pollino in Calabria; il parco nazionale della Val d’Agri in Basilicata; i parchi nazionali del Cilento e del Vesuvio in Campania; i parchi nazionali dell’Alta Murgia e del Gargano e il parco regionale Terra delle Gravine in Puglia; il parco nazionale del Circeo e il parco regionale dei Monti Aurunci in Lazio; il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise; i parchi nazionale della Majella e del Gran Sasso in Abruzzo; il parco nazionale dei Monti Sibillini fra Marche e Umbria; il parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi in Veneto; il parco nazionale dello Stelvio fra le Province di Trento e Bolzano.

“Bisogna capire quale metodologia ha usato questa ricerca australiana – commentano a Federparchi, l’associazione che raccoglie gli enti di gestione dei parchi italiani -. Sarebbe sbagliato inserire fra le forme di degrado l’agricoltura di qualità che è sempre esistita nei parchi italiani, e che è ben diversa dall’agricoltura intensiva che porta alla deforestazione in Africa, Asia e America latina”. (ANSA).

parchi nazionali


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

© 2015-2016 Notizie dai Parchi