Comitato Parchi: la libertà di depredare la natura

13 febbraio 2013 faunaParchiPolitica

pollinoIn un’Italia confusa, distratta e passiva, priva di etica e valori, stordita dalla miserrima situazione politica che annuncia improbabili luci alla fine di interminabili tunnel, culturalmente e socialmente marcescente, possono sempre più farsi strada complotti, congiure del silenzio, manipolazioni dell’informazione e capovolgimenti della verità. Preparando disastrosi cambiamenti che, appena qualche anno prima, sarebbero stati del tutto impensabili.Come violare impunemente le norme, costruire ovunque a ruota libera, cementificare ogni frammento di suolo, sfruttare pesantemente fiumi e coste, foreste e montagne, e proclamare libera caccia dovunque: anche all’interno dei santuari dove dovrebbe essere sempre rigorosamente proibita, e cioè nel cuore dei Parchi Nazionali.Tutto ciò sta già da tempo avvenendo non solo con il bracconaggio imperversante, talvolta grazie a sistemi clandestini e silenziosi come trappole, lacci, esche avvelenate e tiro con arco e balestra: ma anche con metodi più subdoli, quali le striscianti invasioni di “selecontrollori” e l’allarme per i danni ingenti provocati da cani randagi vaganti e da cinghiali introdotti a scopo di ripopolamento (in entrambi i casi, ricordiamolo, prodotti non dalla “natura matrigna”, ma dai ripetuti errori umani). E come dimenticare che di tanto in tanto, con banali pretesti, si scatenano nuovi insidiosi tentativi di aprire la caccia al cervo e al lupo, consentendola persino all’interno dei Parchi?

Proprio nelle ultime oasi riservate alla pace e al silenzio, dove un animale selvatico può allattare la propria prole, o venire ammirato a distanza, senza essere disturbato… Ma in fondo, questa continua insistenza per cacciare all’interno dei Parchi Nazionali costituisce la più evidente prova del fallimento d’un certo mondo venatorio, costretto ad ammettere che nel territorio esterno, di propria pertinenza, non c’è davvero più molto da cacciare.

Secondo alcuni analisti ben informati, gli estremi espedienti di chi anela sparare dovunque risiederebbero in tre obiettivi: norme più permissive, riformando la legge-quadro sulle Aree protette; declassamento dei livelli di tutela delle specie in pericolo, a cominciare dal prezioso Camoscio d’Abruzzo; e conquista di posti-chiave nelle dirigenze dei Parchi. Cacciatori alla guida di Enti preposti alla conservazione?

Un fatto del genere suonerebbe altrove come un’eresia, ma da noi tutto sembra possibile: e poi ci si sente rispondere che, in fondo, si tratta di bravissime persone (magari sarà pur vero, ma non si percepiscono conflitti di interessi? E loro cosa direbbero se a capo di un organismo pubblico di controllo della caccia fosse collocato un animalista?).

E’ tempo, insomma, di aprire gli occhi e controllare con attenzione cosa stia cambiando nel mondo della conservazione della natura, e dello sfruttamento delle sue risorse. E’ vero ad esempio che alcuni gruppi protezionisti proclamano di difendere meglio gli animali in pericolo ergendosi a paladini di uno “sport nobile” come l’attuale caccia in Italia? E’ plausibile l’assunto che l’attività venatoria non minacci in alcun modo le specie a rischio di estinzione?

Fucili, cartucce e “mitologie nembrottiane” possono ancora apparire adamantine come venivano dipinte in passato, o non risentiranno troppo del banale consumismo legato all’industria armiera? Fervono i dibattiti, e per questo ci sembra interessante offrire qui alcuni commenti competenti di un eco-filosofo della scienza, il prof. Paolo Scroccaro, che non mancheranno di suscitare approfondite riflessioni. [COMITATO PARCHI – Comunicato stampa n. 89 / Febbraio 2013]

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