Contro il “fuoco a volontà”, i sette pilastri antincendio

23 agosto 2012 AmbienteParchi

fuoco“L’Italia avvampa nelle fiamme, ma dovrebbe bruciare soprattutto di vergogna…”  La protesta dei naturalisti è chiara e decisa, e arriva dal Centro Parchi di Roma e dalle molte Associazioni che vi aderiscono, in prima linea Maremma Viva e i Lupi dell’Appennino. Perché? Ma perché, malgrado i disastri del passato, non abbiamo imparato la lezione, e continuiamo a trascurare gli interventi fondamentali, poco costosi e molto efficaci. Quali? Educazione, prevenzione e risanamento. A parlare è Franco Tassi, Coordinatore del Comitato Parchi ed Ecologo di fama internazionale. Cosa si sarebbe dovuto fare? “Sono anni che lo stiamo predicando, ma purtroppo sembra voce nel deserto. Non ripeteremo ancora una volta il famoso “Decalogo contro il Fuoco”, che stiamo diffondendo da anni (si veda comunque l’Allegato). Preferiamo invece soffermarci per un attimo sui sette punti essenziali, semplici e poco dispendiosi, ma proprio per questo meno graditi a certi politici” . Eccoli in breve:
1.- Educazione: la cultura antincendio dovrebbe partire anzitutto dalle scuole, anche con visite, discussioni ed esercitazioni in natura. Avevamo proposto un Museo, o Centro del Fuoco,  e una serie di Itinerari nei luoghi percorsi dagli incendi: ma come sempre si sono preferite cementificazioni e cattedrali nel deserto.
2.- Segnaletica:  al principio del caldo, il pericolo va segnalato nel modo più visibile, e fatto oggetto di spot promozionali ripetuti. Meno tabelloni pubblicitari antiestetici e pubblicità radiotelevisiva invadente, e più attenzione alla natura e all’ambiente.
3.- Controllo sociale: è l’arma vincente contro l’idiozia dilagante, che va rappresentata da un elegante fumatore griffato che, dalla sua lussuosa auto, getta nella siepe il mozzicone di sigaretta. Chi lo vede dovrebbe segnalarlo alla Protezione Civile, che non potrà sanzionarlo, ma dovrà inviargli un cortese ammonimento accompagnato dal pieghevole su rischi e conseguenze. Non si tratta di delazione, ma di civile autodifesa. O sarebbe meglio far finta di non vedere?
4.- Volontariato: squadre di giovani volontari italiani e stranieri che perlustrano il territorio nei periodi critici rappresentano il miglior investimento per tutti, offrendo anche periodi di attività, socialità e cultura a tanti disoccupati, per una missione alta: perché, come afferma Don Ciotti, “così ci si sporcano le mani, ma si pulisce la mente”.
5.- Ricerca scientifica: da anni ricordiamo che esistono insetti capaci di percepire il calore del fuoco e le radiazioni del legno che brucia a chilometri di distanza, grazie a speciali “sensori”. Da loro la scienza biomimetica potrebbe ricavare tecnologie robotiche di enorme valore, all’estero ci stanno provando. Perché non da noi? Alle nostre proposte, risalenti a decenni fa, si è risposto nel modo più elegante: con barbari tagli alla ricerca, e poi con la soppressione del Centro Studi Ecologici Appenninici.
6.- Catasto: alla favola che spento il fuoco per quindici anni non si potrà costruire, in un Paese come l’Italia, non crede ormai più nessuno: circola invece la barzelletta del catasto che non si vede perché non c’è. Meglio allora creare un Libro nero dei terreni bruciati e restituiti per sempre a madre terra, consultabile e scaricabile da chiunque e in ogni momento. Sommando le superfici massacrate dalla criminalità e poi recuperate, si otterrebbero immense aree protette a beneficio della collettività.
7.- Rigenerazione: la chiave di soluzione finale del problema sta proprio in questo: recintare e/o tabellare subito i terreni bruciati e lasciarli alla spontanea rinnovazione, senza nessun intervento. In pochi anni la natura stessa farà il resto, e questo diventerà un campo di studio ideale sulle capacità di rigenerazione dell’ecosistema danneggiato, con semi portati dal vento o dagli animali selvatici. Anni or sono eravamo riusciti a ottenere qualcosa del genere al Monte Salviano nella Marsica e in parte anche nella Pineta di Castelfusano. E oggi i risultati ottenuti sono evidenti.

Cosa fa invece la nostra società civile, come reagiscono le nostre istituzioni? Piangono, si disperano, minacciano tuoni e fulmini… Seguirà qualche intervista o passerella, ma poi ben poco cambierà. Il linguaggio resterà lo stesso: si parlerà di piromani anziché di criminali ecologici, o eco-criminali, come sarebbe giusto. Si negheranno le responsabilità per non avere provveduto a prevenzione e controlli, come a Marina di Grosseto. Si invocheranno altre flotte di Canadair (che sono utilissimi, non c’è dubbio, al pari degli elicotteri; come eroici sono i loro piloti, e tutti coloro che intervengono contro il fuoco, a volte restandone vittime: ma rappresentano soltanto l’estremo rimedio). L’alluvione di parole inutili e la scarsità di fatti concreti dopo ogni catastrofe costituiscono invece la costante della nostra storia recente, e  sembra di risentire le concioni che in Abruzzo seguivano a ogni massacro degli ultimi orsi marsicani.

Perché in fondo quella che deve cambiare davvero è la cultura di fondo: svegliarsi dal sonno della ragione e dalla droga dell’egoismo, uscire dall’analfabetismo ecologico, e aprire gli occhi e il cuore alla natura. Senza la quale non potremmo vivere, né respirare.

Roma – Maremma Toscana, 21 agosto 2012

FUOCO INELUTTABILE? IL DECALOGO DIMENTICATO

1.- Il mito della “legge toccasana”
Ogni volta che esplode un problema, nel Paese “culla del diritto” (un diritto che a volte pare crogiolarsi sonnecchiante nella culla) la collettività invoca nuove leggi che risolveranno tutto. Pochi pensano ad applicare, intanto, le numerosissime norme esistenti. Una nostra inchiesta di qualche anno fa rivelò che l’80% delle leggi ambientali restava disapplicato, vale a dire dimenticato. Da allora è cambiato qualcosa?
2.- La sindrome del “bosco-giardinetto”
Dopo il fuoco, si rispolvera l’idea geniale che il bosco non va lasciato alla sua naturale evoluzione, ma deve essere pulito, decespugliato, liberato dei rami e dei tronchi caduti… E magari anche provvisto di un sistema d’irrigazione? Ma qualcuno ha mai provato a fare un raffronto tra un bosco “pulito” e la vera foresta libera e inviolata? In questa c’è la vita, i muschi abbondano, lungo i canaletti le acque ruscellano e l’umidità del sottobosco non solo risulta doppia, ma può conservarsi anche in piena estate.
3.- La coniferòsi acuta
A guardarsi attorno, si direbbe si debba rimboschire sempre e solo a conifere, che con la resina e la lettiera di aghi secchi sembrano esca ideale per il fuoco. Inoltre ad abbassare le falde idriche hanno pensato altrove l’eucaliptomanìa e la kiwifollìa dilaganti. Le conifere costituiscono ottime specie preparatorie sui terreni più ingrati, è vero: ma non andrebbero poi diradate per aprire spazio alle latifoglie in arrivo?
4.- La devoluzione comunarda
Tutte le competenze sono reclamate dai comuni, o vengono loro scaricate disinvoltamente, mentre imperversano i tagli finanziari. Qualche  tempo fa accertammo che su diecimila comuni, appena poche decine avevano in regola il catasto dei terreni bruciati… Ma chi li controllava? E accanto alla valanga di concessioni edilizie profuse ogni anno, ce ne sarà stata qualcuna rigorosamente rifiutata perché riguardante terreni bruciati in precedenza?
5.- Localismo e interesse generale
Si costruisce troppo e dovunque, questo è certo. Alcuni accusano i comuni di favorire una edilizia eccessiva per la disperata fame di incassare gli oneri di urbanizzazione. Altri evocano il cosiddetto “indice di parentelizzazione” assai elevato nei piccoli centri, per cui non si può mai negare un favore a cugini o nipoti… Ma un importante patrimonio collettivo non può essere difeso solo alla giornata, con baratti levantini e sguardo concentrato sui piccoli interessi padronali, personali e locali.
6.- Analfabetismo etico e culturale
Dov’è finita la vecchia, cara educazione civica? Chi spiega ai giovani il significato della natura e del bosco? (intendiamo la foresta vera, non il “bosco-stecchino” supersfruttato, e valutato solo in metri cubi di legname per far soldi). Ogni scuola non potrebbe “adottare” e difendere la selva più vicina? Non abbiamo forse bisogno di una nuova cultura ed etica del bosco? Non sarebbe allora il caso di fare meno pubblicità televisiva per le auto, e più contro il crimine di chi getta le cicche di sigarette dal finestrino dell’automobile, o accende fuochi nel cuore dei boschi?

7.- Prevenire, anziché spegnere il fuoco
Quando l’incendio scoppia, se non si interviene subito sono guai. Sono allora essenziali la torre di controllo o il telerilevamento, il collegamento SOS e l’allarme immediato, il volontariato attivo e il controllo sociale… E naturalmente l’elicottero pronto a partire (altrimenti più tardi dovrà intervenire il Canadair). Siamo sicuri che avvenga tutto questo? E poi: perché non si sviluppano la ricerca e la tecnologia dell’allarme immediato basato sulla biomimetica e sulla percezione delle fonti di calore?
8.- Prescrizioni prima del fuoco
Preventivamente si può fare molto di più. Non rifiuti sparsi con bottiglie che diventano “lenti ustorie”, ma aree di sosta fuori dal bosco, ben controllate. Non striscie tagliafuoco (“cesse”), ma chiusura delle troppe piste di penetrazione forestale. Non chiacchiere, ma tabelloni indicatori del grado di pericolo incendio (come negli USA). Non tutti al mare, ma volontariato giovanile attivo in continuo movimento e stato di allerta. Non soltanto banali attività vacanziere, ma mente pronta e occhi sempre aperti!
9.- Prescrizioni dopo il fuoco
Considerate le ben note matrici evidenti dell’inferno estivo (edilizia, pascolo, cantieri di rimboschimento e via dicendo) il rimedio è abbastanza semplice. Sui terreni percorsi dal fuoco, divieto assoluto e prolungato di costruire, urbanizzare, pascolare, cacciare e rimboschire. Recintare e/o segnalare le aree percorse dal fuoco, apporre tabelle esplicite a memoria storica del misfatto e spiegazione del ritorno progressivo alla vita. E poi, per favore, lasciarle in pace: in pochi anni, la natura farà il resto.
10.- Ammortizzatori sociali
Accanto a demenziali piromani (pochi) e a farabutti incendiari (parecchi) vi sono anche poveri disperati e diseredati alla ricerca di sopravvivenza (molti). Offrire a tutti un’occupazione temporanea, almeno estiva: con lavori agroforestali seri, ma solo nelle zone depresse non colpite, come premio di qualità ambientale. Verso quei comuni salvati dal fuoco grazie al controllo sociale, e non a favore di quelli carbonizzati dalla malavita nel silenzio omertoso di tutti, andrebbero indirizzati progetti e finanziamenti speciali.

NOTA.- Questo Decalogo è semplice, ma resterà in gran parte inascoltato. Così come cadranno nel vuoto altri vecchi avvertimenti, ribaditi più volte ma senza alcun frutto. Per esempio, attribuire ai Parchi Naturali il controllo sul Catasto dei Comuni. Oppure, verificare chi ha acquistato, e quando, i terreni oggetto di frenesia edificatoria. Già nel lontano 1990 scrivevamo su un periodico ambientalista: “Il famoso articolo 9 della legge n. 47 del 1° marzo 1975 è ben chiaro, e stabilisce che le zone “danneggiate”dalle fiamme non possono avere “destinazione diversa”, escludendo quindi la loro edificabilità. Ma viene veramente applicato? A distanza di anni, chi controlla davvero dov’era passato l’incendio? Chi conosce casi di concessioni edilizie rifiutate in base a questa disposizione? Forse non sarebbe male che il Governo provvedesse ad istituire un catasto nazionale (sottolineiamo: governo, catasto e nazionale) dei territori percorsi dal fuoco dal 1975 in poi”. Sono passati ormai oltre vent’anni, è venuta una nuova “legge toccasana”, si sono succeduti molti ministri dell’ambiente… Ma siamo sicuri che qualcosa sia davvero cambiato?

Franco Tassi – Comitato Parchi – Roma
tassi.franco@ alice.it – Edizione Estate 2012

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